domenica 25 febbraio 2018

Chiarelli Luigi, La scala di seta



Corpi danzanti deformati
La deformazione caricaturale, tipica del teatro grottesco, trova precisi riscontri nell'arte espressionistica come in questa  Danza intorno al vitello d'oro di Emil Nolde (1910)


L’anno da poco trascorso ricorreva il centenario del secondo “grottesco” di Luigi Chiarelli, La scala di seta, rappresentato al Teatro Argentina di Roma il 29 giugno del 1917 (non il 18, come erroneamente riportato nel DBI). La “prima” lasciò parzialmente deluso il pubblico, probabilmente disorientato dall’eccessiva complicazione della trama. Ma il favore della platea crebbe rapidamente nelle serate successive, quando qualche opportuna sforbiciata e, se l’ipotesi non è troppo azzardata, le recensioni e i riassunti pubblicati sui giornali, avevano reso meno disagevole orientarsi nel groviglio di personaggi ed episodi. Insomma, sia pure non senza contrasti, un successo notevole. E non effimero, se la commedia fu successivamente riproposta con fortuna anche dalla Compagnia Gandusio. Eppure, a mia conoscenza, nessuno ha pensato di celebrare la ricorrenza con una ripresa o in altro modo. Su questo può aver pesato il giudizio negativo di un critico teatrale del peso di Adriano Tilgher, e una certa farraginosità residua anche dopo gli interventi di potatura suggeriti all’autore da pubblico e critica. Ma alla… dimenticanza, forse non è estranea l’asprezza della satira politica, che già allora causò più d’un mugugno, e più ne avrebbe suscitato in questo nostro tempo segnato dallo scetticismo, dal disgusto, dall’antipolitica. Eppure, nonostante gli innegabili difetti artistici, la commedia meriterebbe senz'altro una ripresa. In mancanza, accontentiamoci di una rilettura.

L’autore 
                                              
Foto di Luigi Chiarelli
Luigi Chiarelli
(Trani 1880-Roma 1947)
Luigi Chiarelli (Trani 1880 – Roma 1947) è noto come l’inventore del “teatro delgrottesco”, un genere teatrale volto a sottolineare l’irrazionalità e l’incoerenza di certi aspetti e convenzioni della vita borghese mediante il ricorso alla deformazione caricaturale dei personaggi, l’incongruenza dei loro discorsi e delle loro azioni, la mescolanza di tragico e comico, tale da suscitare, com’è stato ben detto, un “riso senz’allegria”. A Chiarelli si deve la prima opera che si fregia di quella definizione: La maschera e il volto, che reca come sottotitolo la dicitura“Grottesco in tre atti”; commedia composta tre/quattro anni prima, ripetutamente rifiutata dai comici, e portata al trionfo dalla “Compagnia Drammatica di Roma” il 31 maggio 1916. Incoraggiato dall’inaspettato successo, l’autore ritentò il colpo l’anno dopo col ‘grottesco’ qui esaminato. Il ‘miracolo’ non si rinnovò, ma, come si è visto, contrasti e incomprensioni furono presto abbandonati, e – nonostante riserve critiche fondate – la commedia continuò a divertire il pubblico ancora per molto tempo.

Personaggi principali

Il numero spropositato degli interlocutori (21!), e le complicazioni della trama, che contribuirono a disorientare gli spettatori della ‘prima’, rendono non facile darne un riassunto chiaro e sintetico al tempo stesso. Per agevolare il compito, premettiamo un elenco dei personaggi principali:
Selmi, senatore, già due volte ministro e ora potentissimo quanto ambizioso uomo politico;
Selika, affascinante forestiera (origini misteriose), amante di Selmi;
Roberto Felci, segretario e collaboratore di Selmi, fidanzato di Lauretta sua figlia;
Désiré, maestro di ballo, di origini oscure, idolo del mondo femminile;
Raul, il cinico della situazione;
Simonide, forestiero, sedicente Altezza Reale, sempre ben informato d’ogni cosa;
Maria Taglioni, ballerina, a cui Désiré – quand’era ancora ignoto e senza soldi – aveva promesso nozze mai celebrate.

Riassunto

Per cominciare, chiariamo subito che La scala di seta chiarelliana non ha nulla che fare con l’omonima breve opera rossiniana su libretto di Giuseppe Foppa. L’unico elemento comune è la scala di seta: in senso proprio nel testo foppiano (serve all’amato per raggiungere la finestra dell’amata), in senso metaforico nel nostro (“Si sale, si sale!” – dice Selika al neocommendatore Désiré. “Dolcemente, facilmente, come per una scala di seta…”).

Atto I

Selmi, presidente della Commissione di studio sul progetto di “riscatto” della Ferrovia Transahariana (cioè rilevamento dell’esercizio da parte dello Stato), ha in mente una colossale speculazione. Ne intuisce le intenzioni Selika, sua amante. Desiderosa d’inserirsi nell’affare, ricerca l’aiuto e la complicità di Roberto Felci, incaricato dello studio del progetto. Di fronte allo sdegnato rifiuto, Selika gli fa notare l’ambiguità della sua posizione: onesto e… collaboratore del capo di una banda di pirati! Deve scegliere: o essere veramente onesto (rassegnandosi a una prospettiva di solitudine e immeritate sofferenze) oppure farsi egli stesso “pirata senza scrupoli” e usare le sue eccellenti qualità personali per vincere, per trionfare su gente meschina come Selmi e la servile compagnia che gli sta intorno. Vincerò – assicura Roberto – ma con l’unico modo a me congeniale: “lottando a viso aperto e con armi franche”. È questa la sua scommessa con la vita.
Il progetto di Selmi incontra un ostacolo nel Ministro del tesoro, che lo giudica “disastroso per lo Stato”. È perciò necessario fondare un giornale per convincere l’opinione pubblica della convenienza dell’affare. Lo dirigerà Roberto Felci, dice Selmi ai suoi onorevoli tirapiedi: proprio perché onesto, ha la credibilità necessaria; e, ingenuo com’è, in caso di bisogno sarà il parafulmine ideale. Ma Roberto rifiuta di prestarsi al gioco. 
La certezza che il “riscatto” si farà giunge all’orecchio di Selika, che ne chiede spiegazioni all’amante. Chi l’avrà informata? Selmi, sospettando Felci di infedeltà e doppio gioco, gli chiede brutalmente quanto vuole, suscitando le risentite proteste dell’ignaro segretario.
Ne approfitta Selika per riprendere la propria opera di seduzione su Roberto. Se resterà solo – lo ammonisce – è già destinato alla sconfitta. E l’ammonizione sancisce con un imprevisto quanto tenace bacio sulla bocca. Proprio mentre giunge Lauretta, che, scrupolosa osservante delle buone regole, si getta “svenuta” tra le braccia del ballerino.

Atto II

Il giorno dopo, la bella compagnia si trasferisce nella villa di Selmi in un paese vicino Roma, per sostenere e festeggiare la candidatura di Franchini. Il quale, però, ha avuto la pessima idea di morire proprio quella mattina, suscitando la stizza di Selmi per la seccatura di sostituirlo, e lo sgomento della signora Sbaraglia sua amante, non meno che del signor Sbaraglia, affranto per la perdita della bella somma versatagli annualmente dal Franchini a titolo di onorevole risarcimento. Entrambi, comunque, godono il conforto delle sentite condoglianze degli amici.
Anche Lauretta, del resto, ha già trovato conforto al “tradimento” di Roberto tra le braccia che ne avevano accolto lo svenimento di prammatica. Ne siamo messi al corrente in un esilarante cinguettìo d’amore improntato alle doverose lacrime di lei (“Le mie care illusioni perdute!”, “I miei sogni distrutti!”, “Povero ideale!”…)  e alla nobile promessa di nozze riparatrici da parte di lui (“Sono un gentiluomo!”). Cinguettìo troncato brutalmente dall’arrivo della gelosa Maria Taglioni. Inutili minacce, seguite da rassegnata sottomissione. “Ebbene, sarò quello che tu vorrai”, promette docile Maria, anticipando Pirandello. Ad aprirle gli occhi penserà Raul, da Désiré incaricato di… “liquidarla”.
Selmi, intanto, accoglie volentieri la preghiera della signora Sbaraglia di candidare il marito in sostituzione dell’amante. Ma la notizia che Roberto agli elettori la propria candidatura, e che il suo comizio è stato un trionfo, precipita nello sgomento i coniugi Sbaraglia – e anche Selmi – e suscita grave delusione in Selika e Raul: non c’è più partita, addio divertimento! A meno che – dice Selika – non ci inventiamo un terzo candidato, qualcuno che metta un po’ d’allegria: Désiré, per esempio. Entusiasta della proposta, Raul corre a ordinare i manifesti elettorali.
Al centro dell’intricata scena seguente è ancora Selmi: ricattato da Désiré, che minaccia lo scandalo se si opporrà alle nozze riparatrici; impaurito dall’intenzione di Selika di acquistare azioni della Transahariana e scosso dal suo aperto disprezzo, minacciato da Felci furibondo per l’inspiegabile rottura del fidanzamento… Quand’ecco una sconvolgente notizia: Désiré vittima di un attentato. Attentato politico – sentenzia Simonide – giacché  il suo nome figura tra i candidati. Riavutosi dallo stupore di siffatta candidatura, Selmi coglie l’idea al balzo per disfarsi di Felci. Ma… colpo di scena: ecco Désiré! Vivo, illeso! – È stata Maria – confida a Selmi. Che prontamente gli impone, se vuole diventare deputato, di negare di aver visto l’aggressore. Désiré non capisce ma obbedisce. Fuori, del resto, c’è già una folla acclamante, desiderosa di congratularsi con l’eroico neocandidato, sfuggito al vile attentato “politico”.
Poi la musica richiama tutti al ballo… La notizia dell’arresto di Felci non interessa più a nessuno.   


Atto III

Qualche tempo dopo, all’inaugurazione della villa acquistata da Selmi con i proventi della speculazione e regalata a Lauretta, troviamo i soliti personaggi, convenuti per un ballo mascherato.
Selmi ha avuto l’incarico di formare il nuovo governo. Tra i ministri, gli onorevoli deputati suoi tirapiedi, ma non il genero Désiré, che se ne lamenta in uno scambio di battute acide con la moglie, più interessata al corteggiamento di S. A. Simonide (appuntamento, tra un’ora, nel “salottino giallo”!). Ma la tresca è scoperta da quel tormentone della Taglioni, che ne informa Raul e lascia sul tavolo una lettera ‘anonima’ per il tradito. La busta è consegnata al destinatario in presenza di Raul, che lo prepara al colpo con battute via via più esplicite. Ma Désiré non se la prende tanto: dopo tutto, il rivale è… “di sangue reale”!
Giunge Felci, prosciolto in istruttoria con l’aiuto di Selika, e invitato da Lauretta, pentita – dice – e pronta a riscattarsi offrendogli il suo corpo.
Selika propone ancora una volta a Roberto di unirsi a lei e fuggire lontano da questi voraci “pigmei”, “troppo piccoli per poterli combattere”. È convinta di poter comunicare a Roberto la propria indomita energia. Ma le sue esortazioni non hanno effetto. Roberto si sente “fiaccato, spezzato”. Ha perso la scommessa.
Eppure certe cose gli “fanno ancora male!”, deve riconoscere all’incredibile notizia che Désiré sarà ministro. Ministro! Désiré! Lo sciocco, vanitoso maestro di ballo c’è arrivato. Lo scandalo è inevitabile – ha detto al suocero. – A meno che… – E Selmi, naturalmente, ha ceduto.
“Quando un uomo è salito tanto in alto…” dice trionfante Désiré. Per il povero Felci questo è davvero troppo. “Salito dove, a che? Credi veramente di avermi vinto? Tu me?... Sciocco! Gli uomini non si vincono, non si sostituiscono!”. “Io me ne vado” aggiunge, “ma il posto che lascio vuoto nella vita non sarà occupato né da te né da nessun altro”.
Non sfugge, la tragica allusione, alla povera Liliana, l’umile, misconosciuta innamorata di Roberto.  “Dove andate?... Dove andate?” chiede angosciata, cercando di sbarrargli il passo. Troppo tardi! “Ti ho vista troppo tardi!” le dice invece d’addio. 
La commedia poi si chiude sull’immagine del neoministro che grida parole sconnesse alla folla acclamante sotto il balcone, finché le note del valzer lo risucchiano in sala, a governare le danze del gregge mascherato.


Analisi del contenuto: "commedia di ambiente"

Tra le recensioni della prima serata si distingue quella della “Tribuna” di Roma.
Il critico, che si firma con le iniziali M.C., rileva “ingegno brillantissimo e originale”, “senso acre e spontaneo di umorismo”, “novità e vivacità di idee”; “nel dialogo un’affascinante vivezza, e nella caricatura delle ipocrisie umane un intuito finissimo, e nelle trovate sceniche una comicità indiavolata, e nelle finalità un fondo generoso”. Non basta: “V’è tanto spirito  profuso nei tre atti della Scala di seta da bastare per dieci commedie: l’ironia vi balza fuori come spuma di Champagne”. Niente di meno!
E allora come si spiega la delusione, l’insofferenza del pubblico alla fine del II atto e, più ancora, del III? Dov’è l’errore?
“Immaginando in Désiré una caricatura di avventuriero, poiché egli non sale la scala del successo per virtù proprie, a forza di muscoli e di colpi di genio, ma per la stupidità e miseria morale del mondo in cui si muove e sgambetta, aveva avuto una concezione iniziale gustosa e non priva certo di originalità”, riconosce M.C. Sennonché, “nel dare a questo personaggio aspetti e atteggiamenti di fantoccio, l’autore avrebbe dovuto creargli attorno figure antitetiche, dei personaggi reali, non delle caricature”. E così, “per errore di prospettiva”, quasi tutto “è apparso sullo stesso piano di satira”. Insomma, tutto caricato, tutto appiattito, e tutto ugualmente irreale.
E invece, l’errore di prospettiva, a mio modesto avviso, lo commette il critico. Il quale inquadra la commedia nello schema del personaggio centrale – caricaturalmente deformato per spogliarlo dell’umanità e rivestirlo della maschera appropriata al ‘tipo’ – e  di un contorno di personaggi umani, credibili, intesi a far risaltare la mostruosità del protagonista. Ma se questo era il desiderio del critico, non era l’intenzione dello scrittore.
Questo lavoro, almeno a giudizio di chi scrive, va letto secondo lo schema di quella che un tempo si chiamava “commedia di ambiente”. Una commedia in cui, per statuto, l’attenzione dell’autore è rivolta non al singolo personaggio, ma alla rappresentazione di un ambiente (vedi, per esempio, il Goldoni del Campiello e, più ancora, delle Baruffe chiozzotte). In questo suo lavoro Chiarelli vuole presentarci lo spaccato d’un gruppo sociale che ruota intorno all’arrivismo politico, un mondo degradato in cui il personaggio positivo è inesorabilmente votato alla sconfitta. Il protagonista vero, l’‘eroe’ del dramma, non è né il potentissimo Selmi, né quella marionetta sciocca di Désiré, ma Roberto Felci, che incarna il vecchio, e mai dimenticato, motivo romantico del conflitto dell’individuo eccezionale con l’abietta società che lo circonda. Ed infatti, in una commedia sostanzialmente statica, è lui l’unico personaggio a subire un’evoluzione (uscendone distrutto). Ed è, anzi, assieme a quella specie di fuggevole apparizione che è la povera Liliana, l’unico personaggio vero, non degradato dalla caricatura.
“Désiré non è che il centro di altrettanti piccoli Désiré, cioè di marionette non molto dissimili dal principale modello”, scrive il critico della “Tribuna”. Appunto: è proprio quello che l’autore voleva rappresentare!
Per meglio comprendere la natura e gli umori di questo ambiente, non ci resta che passare in rapida rassegna i singoli personaggi (i più importanti – intendo – ché altrimenti non finiremmo più).

Anaslisi dei personaggi

Selmi: è il dominus attorno a cui ruota una ciurma di questuanti, di personaggi servili e spregevoli: si va da disonorevoli deputati ad ignobili aristocratici, a borghesi in cerca di fortuna. Agli occhi di costoro, egli è naturalmente un gigante.  Dai piedi d’argilla, a giudizio di chi lo conosce bene. “Tu un gigante?” gli dice Selika. “Ah!... Sai dov’è il gigante?.  È nella dabbenaggine, nella miseria, nella vigliaccheria di quelli che ti circondano!”. Il suo non è propriamente cinismo, come quello di Raul. È cieca insensibilità morale. Fin dal principio: la sua scalata al denaro e al potere cominciò con la vendita della moglie a un uomo potente. “Credevo di essere un cinico: mi sono ingannato!” dice a una Selika sprezzante e decisa ad abbandonarlo. “Un uomo che è arrivato come me, crede ancora in qualche cosa; crede al valore della potenza, crede in se stesso! Per questo difendo il mio, per questo non devi lasciarmi!”. Per questo, non perché l’ami. Non distingue tra persone e cose, lui; l’unico rapporto che conosce è quello del possesso.

Désiré: vanesio e sciocco fino alla caricatura, autoproclamato "maestro di ballo"; idolo supremo di quel grigio, svanito mondo femminile che popola la commedia. Si erge, in qualche caso, al ruolo di antagonista di Felci, ma a torto. Se incredibilmente giunge dove non avrebbe mai potuto sperare, lo deve a una serie di circostanze estranee alla sua volontà, e spesso anche alla sua comprensione; alla dabbenaggine e alla miseria morale circostanti; e alle bizzarrie della sorte. Il suo ruolo attivo si limita ad assecondare l’onda; e all’attivazione di qualche volgare furberia, risorsa congeniale alla sua perfetta indifferenza ai valori morali.

Selika, amante riluttante di Selmi. Speculare a Désiré in quanto oggetto di sciocca idolatria del sesso opposto, ma, diversamente da lui, bella e intelligente, sicura di sé e del suo fascino. A Felci, che l’accusa di essere malvagia, risponde: “Nessuno mi ha mai domandato di essere buona! […] Se un uomo un giorno avesse teso le mani verso di me, sorridendo con rispetto e con fede, quell’uomo sarebbe diventato il re del mondo. Ma gli uomini hanno troppo orgoglio; vogliono conquistare… e perdono se stessi!” E lei si adegua. Per realizzare i suoi progetti non bada alla qualità dei mezzi. E ricerca l’appoggio di Felci – l’unico uomo che ritiene meritevole di stima e forse ama – senza accorgersi della contraddizione tra le ragioni della stima e la bassezza a cui lo invita. L’onestà di fondo di Felci non la sgomenta: l’abiezione degli uomini che la circondano le ha dato un alto concetto di sé, un’impressione di onnipotenza. “Guarirai, risorgerai; per me! Sono io che lo voglio!...” dice a un Felci ormai distrutto. “E la mia volontà è legge!”. Roberto non si lascia convincere, ma deve riconoscere in sé la traccia del suo passaggio.  

Raul. La strada su cui sembra incamminata Selika, è già stata interamente percorsa da Raul, a cui la bella forestiera volentieri si accompagna, ammirandone l’intelligenza e condividendone il disprezzo per la dabbenaggine e l’ipocrisia circostanti. È il tipo del cinico, nel senso di persona indifferente, anzi beffardamente sprezzante di valori, sentimenti e convenzioni, nei quali non crede. Eppure conserva anche lui un briciolo di umanità. Verso Felci ha probabilmente una stima segreta e quel senso di dolorosa compassione che si ha verso chi si vede correre irrimediabilmente verso la propria perdizione. È questo che spiega il suo istintivo correre ad abbracciare Roberto scampato alla prigione, e la mal dissimulata commozione.
 
Lauretta: sul versante femminile, più di Selika (che, a suo modo, è una fuoriclasse) il personaggio più rappresentativo è Lauretta, che fa rima con farfalletta, o più propriamente con cretinetta. Confonde i sentimenti con i capricci, il senso morale con le convenzioni sociali, attentissima a non trasgredirne nemmeno una, ad assumere gli atteggiamenti volta a volta prescritti come convenienti: lacrimucce, svenimenti ecc.
     
Roberto Felci. Ed eccoci al personaggio cardine, quello che – agli occhi dell’autore – dovrebbe incarnare il positivo di cui la fauna umana circostante rappresenta la negazione.  
Segretario e collaboratore di Selmi, fondamentalmente onesto, è convinto che basti alla sua onestà svolgere correttamente il suo dovere di funzionario. “Che cosa faccio io per lui? Studio un affare, preparo gli elementi per un’operazione, redigo una relazione sull’andamento di un’impresa”, spiega a Selika. “Egli prende le mie parole ed i miei numeri  e se ne serve nel modo che a lui piace: onesto? disonesto? criminale? questo a me non interessa più”. Invano Selika gli segnala l’ambiguità della sua posizione e lo esorta a fuggire da quella “banda di pirati”. La sua scommessa con la vita è quella di riuscire a conciliare onestà e successo. Riuscirà?
Mah! Désiré nota che “in fondo non è un cattivo ragazzo; ma non sa andare a tempo! E non c’è nulla di più sconveniente!”. “E di più dannoso!” aggiunge Selika, che l’accusata discordanza ritmica volge a ben diverso significato! 
“Io credevo che per vincere nella vita bastasse un cuore saldo, una mente lucida, ed una fede sicura; credevo nella buona causa, e nella giustizia degli uomini; credevo nella verità, nella bellezza e nell’amore!” confesserà a Selika. Ora si sente “fiaccato, spezzato”. Ha perso. Inutili le insistenze di lei a riprendere la lotta per la vita. La lotta, per lui, non ha più senso. Ma la decisa rottura con quella “banda di pirati” gli ha conservato almeno l’orgoglio della propria dignità.
E come non rammentare, accanto a lui, tra i personaggi minimi, la sua ‘sorella’ poetica, l'evanescente figura di Liliana? Discreta, appartata, sincera e innamorata, umile violetta cresciuta in un viluppo di rovi. Troppo tardi la noterà l’amato, quando non potrà offrirle che un tardivo sentimento di rimpianto.

Satira politica

Satira politica, si è detto. E la politica di quel terzo anno di guerra (l’anno di Caporetto!) ne esce piuttosto malconcia. Un mondo di arrivisti e di questuanti, di politicanti mossi esclusivamente da sete di guadagno e di potere, di governanti disonesti e inetti (oh, Désiré ministro!), di seguaci servili e abietti… Anche l’amore rientra in questo schema: la donna è scala al potere o segno di raggiunto dominio. E le donne, per lo meno quelle che sfarfallano nell’ambiente del senatore Selmi e del ballerino Désiré, sono, sotto una maschera di rispettabilità, una massa di sventate prive di sentimenti autentici, animate da interesse, capriccio, vanità…
Rappresentazione realistica o caricaturale? Non c’è dubbio che la deformazione caricaturale abbia la sua parte. Del resto, tale atteggiamento, e il pessimismo di fondo che ne è alla base, sono costitutivi del genere grottesco. Il pubblico (non parliamo dei politici!) non la prese bene. Almeno in un primo momento. E oggi?
La storia recente – verrebbe da dire – si è incaricata di dimostrare che la realtà, a volte, è capace di superare le più bizzarre fantasie! Ed è innegabile la tentazione di leggervi, detratta la tara della caricatura, un sostanzioso residuo di verità; di riconoscervi situazioni e personaggi dei nostri giorni. Pensate, per esempio, a quel progetto di fondare un giornale per fare apparire conveniente per la collettività quella che è un’infame speculazione privata. Certo, oggi è più semplice: basta impartire gli ordini giusti al direttore di un telegiornale, o al conduttore di un talk-show… (D'accordo: non tutti sarebbero disponibili, ci mancherebbe!). Oppure pensate alla totale mancanza di scrupoli di certi politici, allo stomachevole servilismo di altri… Pensate a qualche ministro. O ministra! Ma la classe politica, si obietta, la fanno gli elettori. E infatti… Guardate gli elettori rappresentati dal Chiarelli: volubili, irrazionali, schiavi di umori ed emozioni momentanei, docile preda di chiunque sappia ingannarli… A parte le donne, all’epoca escluse dal suffragio!
Insomma, la situazione derisa nella commedia sembra trovare precisi riscontri nell’Italia attuale, con il conseguente fenomeno della disaffezione, del disgusto, della rabbia anche, nei confronti del mondo politico: la cosiddetta antipolitica.

Già, l’antipolitica. Ognuno legga e giudichi secondo i propri sentimenti. A rischio dell'abusata accusa di morsalismo,  non voglio però tacere una mia opinione.
Di fronte a certi spettacoli (di realtà, non di palcoscenico!), gli onesti si sentono spesso impotenti, e sono tentati di assumere l’atteggiamento beffardo di Raul. Questo può dare una momentanea, amara soddisfazione, ma non risolve nessun problema. Meglio impegnarsi, fare la propria parte. So che è banale dire che i politici sono lo specchio dei loro elettori. E so che non è neanche del tutto vero. Gli elettori sono spesso condizionati dai potentissimi mezzi di disinformazione nelle mani dei manipolatori, dei ladri di democrazia. E tuttavia sta a ciascuno di noi informarsi come meglio può, e dare il proprio sostegno ai Roberto Felci, piuttosto che ai Selmi e ai Désiré. E se, per la ‘tristizia’ dei tempi, non riusciremo a incidere nella realtà, avremo almeno l’orgoglio di averci provato. Avremo conservata integra la nostra dignità.   
   
Foto di Chiarelli tra Fregoli e Gandusio
Chiarelli tra Fregoli e Gandusio 

sabato 23 dicembre 2017

Perosi, Il Natale del Redentore





 Il Natale del Redentore di Perosi: Testo e Guida all'ascolto della Parte seconda.




INTRODUZIONE

Giotto, La Natività, Padova, Cappella degli Scrovegni

Giotto, la Natività
Padova, Cappella degli Scrovegni
Problema preliminare 

A distanza di un anno, torno ad augurare buon Natale ai miei amici con un post di musiche natalizie. Questa volta porterò in scena Il Natale del Redentore, un oratorio di Lorenzo Perosi (Tortona 1872 – Roma 1956). Prima, però, ritengo doveroso affrontare un problema preliminare.
Ha senso proporre a un pubblico indifferenziato (credenti di varie confessioni religiose, atei, agnostici ecc.) un’opera d’arte di contenuto apertamente religioso, cristiano? Chiarisco subito che la questione qui proposta non riguarda la presunta opportunità di evitare opere che possano risultare “offensive” alla sensibilità di “altre confessioni religiose”, come ipocritamente generalizza chi non ha nemmeno l’onestà di chiamare le cose col loro nome. Una siffatta pretesa non è né un problema, né un’opinione degna di discussione, bensì attendibilissima autocertificazione d’ignoranza.
Qui ci si domanda se un’opera d’arte dichiaratamente ispirata ai contenuti di una fede religiosa possa interessare anche persone che quella fede non condividono. Questione, questa, meritevole di ampia discussione che qui risulterebbe fuori luogo. Perciò mi limito a riproporre la risposta data da Carducci, uno che per la religione cattolica non pare nutrisse eccessive simpatie, se è vero che in uno dei suoi giambi più violenti non esitò – lui “sacerdote de l’augusto vero” - a scomunicare nientemeno che il Papa, “pontefice fosco del mistero”! 
In un suo sonetto oggi dimenticato, il poeta maremmano si domanda come mai lui, che niente condivide della fede religiosa di Dante, lui che detesta le sue idee politiche sulla funzione dell’impero, non si stanchi mai di studiare e meditare quella sua Commedia che di quella fede, e di quella visione politica, si sostanzia da un capo all'altro. La risposta è nell’ultimo verso: “Muor Giove, e l’inno del poeta resta”. E questo – aggiungo – perché un’opera d’arte degna del nome si sostanzia di sentimenti generalmente umani, tipici di tutti gli uomini che non hanno dismesso la propria umanità. Sentimenti quali, per esempio, la tenerezza verso la maternità, o il senso di profonda riverenza verso ciò che trascende la nostra terrena dimensione…

Forma e argomento del Natale del Redentore

Il Natale del Redentore è propriamente un oratorio. Per i meno esperti, ecco una definizione particolarmente sintetica, ripresa dal dizionario Garzanti: “forma musicale drammatica di argomento religioso, eseguita da solisti, coro e orchestra, ma senza messinscena teatrale”. Rispetto all’opera lirica – la “forma musicale drammatica” per eccellenza – l’oratorio si caratterizza per il soggetto, istituzionalmente religioso, per la mancanza di ambientazione scenica, e per il fatto che i personaggi non agiscono (non sono attori), ma si limitano a cantare.
L’argomento dell’oratorio qui proposto è dichiarato già nel titolo: la rappresentazione stilizzata della nascita di Gesù e delle circostanze che accompagnarono l’evento. Veramente l’opera ha anche una prima parte, una sorta di antefatto, dedicata all’Annunciazione. Ovviamente sarebbe raccomandabile l’ascolto dell’opera nella sua interezza. Io, però, per sfuggire all’accusa della mano troppo pesante, limiterò le mie osservazioni alla seconda parte, “Il Natale” propriamente detto. Anche in considerazione del fatto che, rispetto alle proposte dell’anno scorso, qui si va sul difficile(!!): alla parte strumentale si aggiunge il canto, non solo dei solisti, ma anche del coro! E non basta: la lingua del testo è il latino, che certo nessuno dei miei amici confonde con “la lingua dei latinos”, ma qualche difficoltà in più la offre… Difficoltà peraltro già contemplata dall’Autore, che al testo latino affianca una traduzione italiana (qui scrupolosamente riprodotta).
Il testo è costituito da passi dei primi due capitoli del Vangelo secondo Luca – opportunamente scorciati – intervallati da qualche breve citazione biblica e da due inni liturgici. I personaggi sono: lo Storico, cioè il cronista, l’Evangelista (baritono), Maria e l’Angelo Gabriele (rispettivamente soprano e tenore; solo nella Parte I), Angeli (soprano e mezzosoprano) e Coro.    

GUIDA ALL’ASCOLTO


Mentre la Parte I (“L’Annunciazione”) – o, più propriamente, il brevissimo prologo – entra subito in medias res con il canto del coro (In nomine Iesu Christi. Amen), la Parte II comincia con un breve preludio orchestrale, su un tema cullante introdotto dai corni, dove riconosciamo qualche eco sonora del wagneriano Tristan und Isolde (atto II, sc. 1); riecheggiamento a mio parere non casuale (l’abito talare serrava a don Perosi l’accesso al teatro d’opera, ma non gli vietava la frequentazione di partiture teatrali). Quindi, assistito dagli archi, e svolgendo un secondo tema, destinato a ripresentarsi più volte nel corso dell’oratorio, il coro intona un breve canto di gioia (Iucundare, filia Sion), chiuso dall’orchestra con un’ultima, sommessa ripresa del cullante tema iniziale.
Ha inizio la narrazione: Facutm est in diebus illis exiit edictum… Sostenuto discretamente da una musica discorsiva, lo Storico narra come, in ottemperanza a un editto di Augusto, Giuseppe e Maria si mettessero in viaggio per farsi censire a Betlemme, città dei loro padri. Al risuonare  del nome della modesta cittadina destinata a dare i natali al Messia, il piano fluire della narrazione improvvisamente s’innalza, ad assumere toni di aperta celebrazione. E, coerentemente, il Coro si unisce all’entusiasmo celebrativo dello Storico, intonando la biblica profezia che la riguarda (Et tu, Bethlehem) . 
Riprende la narrazione: cum essent ibi, impleti sunt dies ut pareret (“mentre si trovavano lì, si compirono i giorni del parto”). Siamo al momento cruciale, ed è lui stesso, lo Storico,  a sospendere la narrazione per affrettare col desiderio l’evento miracoloso. “O Emmanuel” esclama, “o Adonai”… Ricordate il Veni, veni, Emmanuel che l’anno scorso abbiamo visto ripreso ed elaborato da Respighi? Come Emmanuel (“Dio con noi”), anche Adonai (“Mio Signore”), è espressione ebraica. Invocazioni, l’una e l’altra, che dànno inizio a due delle Antifone cantate dalla Chiesa in preparazione del Natale.
L’orchestra, dopo aver accompagnato gioiosamente la fiduciosa invocazione, ne prolunga il sentimento in una breve coda. Poi, d’un tratto, intristisce, si incupisce… Ed ecco la voce triste del corno inglese, presto doppiato da clarinetto e corno, intonare un motivo dolorosamente digradante per gradi cromatici congiunti, risollevarsi per un attimo fino alla dominante, per ricadere, desolata, sulla tonica di La minore… È un’autocitazione: il musicista aveva già impiegato quello spunto nel precedente oratorio La Passione di Cristo, facendone il tema del Preludio della III parte e poi la sostanza melodica del lamento supremo di Cristo al momento della massima desolazione, dagli evangelisti citato in lingua originale: Eloi, Eloi, lamma sabacthani?  (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”).

Botticelli, Madonna col Bambino e San Giovanni
Botticelli, Madonna col Bambino e San Giovanni

Che ci fa – ci chiediamo – che ci fa qui, nel momento in cui si annunzia il ‘lieto evento’ per antonomasia, un motivo tanto sconsolato? Osservate il tondo botticelliano (qui riprodotto in bianco e nero): rappresenta la Madonna adorante il Bambino. Accanto a loro un bambino più grandicello, San Giovanni Battista. Come in tanti altri dipinti dello stesso soggetto, San Giovannino regge una croce. Un oggetto incongruo, per ragioni evidenti. Ma quella croce, illogica dal punto di vista realistico, ha valore allusivo: la tradizione pittorica, mettendo in mano al Precursore quel segno di supplizio, intende ricordare allo spettatore che quel bambino è destinato a una morte atroce per la salvezza dell’umanità. Lo stesso valore allusivo ha qui il motivo intonato dal corno inglese. Veni ad salvandum nos, avevano appena invocato lo Storico e il Coro, e subito il musicista ci ricorda che quella salvezza ha un prezzo, un costo atroce. Del resto, che don Perosi proprio questo avesse in mente ce lo dice anche un ripensamento in corso d’opera. Il manoscritto del nostro oratorio, conservato nell’Archivio storico Ricordi, reca il titolo originario Il Natale di Gesù Cristo, poi cancellato e sostituito da quello attuale, che pone l’accento sul momento della Redenzione.

Siamo giunti al cuore della narrazione. Canta lo Storico: Et peperit filium suum primogenitum: et pannis eum involvit et reclinavit eum in praesepio (“E partorì il suo figliolo primogenito, e lo fasciò e lo adagiò in una mangiatoia”).

Mettiamoci pure dal punto di vista di chi nel Vangelo di Luca vede solo un testo favoloso; e nell’evento narrato niente più che un’invenzione poetica particolarmente fantasiosa… Il mistero della vita che si rinnova commuove comunque. Un bambino, un neonato indifeso e bisognoso di tutto, fa tenerezza comunque. Ma se – facendo propria la supposta ispirazione poetica – si pensa, s’immagina, che quel bambino venuto al mondo in estrema miseria, adagiato su una povera mangiatoia d’animali, è il creatore dell’universo fattosi uomo per amore degli uomini, be’, conveniamone: chi, davanti a una creazione poetica così sublime può davvero restare insensibile? Certo non resta insensibile don Perosi – profondamente credente – che ci mostra, qui, a quali vertici di tenerezza può essere piegata una robusta voce di baritono. Quanta delicatezza, quanta tenerezza, appunto, quanto pudore, nell’accostarsi, quasi con tremore, al sublime mistero!

Il coro invita all’adorazione del divino Infante (Christum natum…). L’orchestra accompagna, e conclude giubilante col tema del Iucundare. Poi, senza stacco, l’oboe, presto seguito da flauto e corno inglese, e dall’intera orchestra, attacca una sua triste melodia. È un breve, ampio “Interludio orchestrale”, dall’autore definito “la notte tenebrosa”. Sbaglierebbe chi interpretasse “tenebrosa” come un quasi sinonimo di “tempestosa”, e pensasse – poniamo – a sinistri bagliori orchestrali come quelli della notte tragica del Rigoletto. Le tenebre cui qui si allude sono – io credo – quelle, fitte, del mistero dell’Incarnazione, sublime e impenetrabile mistero di un Dio che si fa uomo per amore delle sue creature. Certo è che siamo davanti a una splendida pagina meditativa, su sentimenti non traducibili in espressioni verbali. Corno inglese, oboe e flauto s’incaricano della melodia, volta ad approfondire l’accennato motivo della passione. Rispondono archi e ottoni e legni con un loro tema profondo, misterioso, ripreso, dopo una breve, intensa implorazione del corno, dai legni, punteggiati dal pizzicato degli archi.

Ed ecco balzare in primo piano l’oboe, con un suo motivo giocoso, presto arricchito dal flauto: i due strumenti intrecciano le loro voci come in un’ingenua gara di virtuosismo rusticano. Siamo, evidentemente, in ambiente pastorale. Ce lo conferma lo Storico (Et pastores erant in regione eadem), e prosegue narrando l’apparizione dell’Angelo in mezzo al bagliore d’una inspiegabile luce. A sottolineare la vivezza dello splendore divino che li avvolge (et claritas Dei circumfulsit illos), intervengono gli ottoni in tutta la gloria del loro clangore. 

Angeli annunciano ai pastori

L’Annuncio ai pastori
Como, Chiesa di Sant’Abbondio

 L’Angelo rassicura i pastori spaventati annunciando loro gaudium magnum, la nascita del Redentore, e fornendo i contrassegni per riconoscerlo: “Troverete un bambino avvolto in fasce, e adagiato in una mangiatoia”. Rassicurazione quanto mai necessaria, ché lo splendore si accresce, le presenze sovrumane si moltiplicano, un coro di voci celesti proclama la gloria di Dio e annuncia la pace agli uomini di buona volontà, mentre l’orchestra riprende e ancora una volta ripete il dolce motivo Iucundare.
La voce dell’oboe preannuncia la ripresa della narrazione. Lo Storico ci informa della partenza degli angeli, che sulle onde del coro noi vediamo ascendere volteggianti al cielo donde erano discesi. Poi cede la voce ai pastori che si esortano reciprocamente a correre a verificare di persona. 
A dar voce ai sentimenti dei pastori pensa il Coro, intonando l’inno liturgico Iesu, Redemptor omnium (vedete quanto è insistito questo motivo della redenzione, che quasi quasi sovrasta la gioia del Natale!). Poi, introdotto da un concitato motivo degli archi che sembra alludere all’accorrere di altri e altri pastori, dell’intera umanità, alla povera capanna, ecco, solenne e possente come sotto la grandiosa cupola michelangiolesca, esplodere all’unisono il primo versetto del Te Deum, intonato sulla melodia gregoriana nella versione cosiddetta popolare. Il canto prosegue alternando unisono a polifonia, motivi gregoriani a rielaborazioni personali del Perosi. 
Al termine dell’inno di ringraziamento, il Coro intona il Iucundare, filia Sion dell’inizio di questa Parte seconda. Con una variante: mentre là si invitava la filia Sion ad esultare perché Dominus veniet (“sta per giungere il Signore”), qui la si esorta a farlo quia venit Dominus tuus et regnabit usque in aeternum (“perché è giunto il tuo Signore, e regnerà per sempre”); e il canto si prolunga in un caldo, ripetuto invito alla gioia e all’esultanza per qualcosa che non avrà mai fine: Iucundare, iucundare… I corni intanto reintonano il motivo iniziale. Il canto della Natività è concluso a parti specularmente invertite: là tema cullante seguito da Iucundare, qui Iucundare seguito dal tema cullante. Una Ringkompisition strutturalmente perfetta, che dà una sua unità peculiare a questa seconda Parte, e vale forse a scusarci dell’arbitrio di soffermare solo su di essa la nostra attenzione.

E tuttavia… per l’Autore manca ancora qualcosa: all’oratorio giunto al termine (il libretto, in effetti, si conclude col Iucundare), a questo inno alla nascita del Redentore ormai concluso, manca – diciamo così – l’amen finale d’ogni prece. Ed ecco, come per un rinnovato impulso d’entusiasmo, il coro intona ancora Gloria. A una nota bassa, profonda degli uomini rimasti sulla terra rispondono gli angeli fluttuando leggeri verso l’alto, fino a vanire lassù lassù, nel cielo altissimo, dove sguardo umano non può giungere.
Ora tutto è compiuto: l’inno è completo, e il giovane musicista può tacere, appagato del dovere adempiuto.

Ma, a proposito, chi era questo musicista? Mi accorgo di aver mancato al galateo: ho presentato l’opera senza presentare l’Autore. Farlo ora, però, significherebbe abusare della vostra pazienza. Del resto, che fosse di Tortona l’ho già detto, e vi ho già informati che morì a Roma nel 1956, dove – aggiungo – aveva diretto la Cappella Sistina per decenni, salvo un breve periodo in cui fu interdetto per evitare che, in un accesso particolarmente nero delle sue ricorrenti crisi depressive, potesse distruggere le sue opere più belle (e così vi ho dato anche questa brutta notizia della malattia, fortunatamente discontinua!). Non voglio, però, trascurare di fornirvi un breve ritratto, che, a mio parere, coglie la nota dominante di questo compositore, quella “ingenuità” (nel senso più nobile) che così bene traspare da quest’opera, sia nell’attitudine sentimentale verso la natività di Cristo, sia nella spontaneità dell’invenzione musicale, che è tanta parte del fascino perenne di questa musica su animi non viziati dalla spasmodica ricerca del nuovo, se non dell’astruso. Lo dobbiamo a Elsa Olivieri Sangiacomo (moglie amorosa di Ottorino Respighi e lei stessa musicista di gusto raffinato) che lo delinea nel suo Cinquant’anni di vita nella musica. Lo riporto tralasciando, per brevità, alcune frasi relative a una curiosa mania (ulteriore testimonianza della fragilità umana dell’artista) e aggiungendo che, a mio parere, quelle che sembrano riserve dell’autrice (“in quegli anni”, “era considerato”…) sono soltanto un segno dei tempi: il libro fu pubblicato a metà degli anni ’70, anni di egemonia della cosiddetta avanguardia (da cui, peraltro, Elsa si tenne saggiamente alla larga).

Don Lorenzo Perosi era più raramente fra noi in casa Kanzler, preso com’era dal lavoro di Maestro del Coro della Cappella Sistina e dalla composizione dei suoi Oratori che in quegli anni gli diedero molta popolarità. Malgrado i suoi successi, Perosi aveva sovente l’aria triste e assente ed era difficile parlare con lui (…) Egli era considerato in quel tempo come un vero riformatore e gli si attribuiva il merito di aver riportato l’interesse del pubblico e dei musicisti verso un genere musicale che era caduto in oblio negli ultimi secoli. L’ingenuità che si ritrovava nella “Resurrezione di Lazzaro”, nella “Resurrezionedi Cristo”, nel “Natale del Redentore”.
Egli restò per lunghi periodi lontano dal mondo musicale romano; era ammalato e la sua fine rattristò sinceramente tutti quanti conobbero lui e la sua musica.



TESTO


Coro

Iucundare filia Sion, et exulta satis filia Ierusalem, allelujah ! ecce Dominus veniet  Propheta magnus.
Allègrati, o figlia di Sion; esulta grandemente, o figlia di Gerusalemme. Ecco sta per giungere il tuo Signore, gran profeta.


Storico

Factum est in diebus illis, exiit edictum a Caesare Augusto ut describeretur universus orbis. Et ibant omnes ut profiterentur, singuli in suam civitatem. Ascendit  Ioseph a Galilaea in Bethlehem….
Di quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto, che si facesse il censo di tutto il mondo; e andavano tutti a dare il nome, ciascheduno alla sua città. E andò Giuseppe da Nazaret, città della Galilea, a Betlemme…


Coro

Et tu Bethlehem, … nequaquam minima es in principibus Juda ; ex te enim exiet dux qui regat populum meum Israel.
E tu, o Betlemme, non sei la minima fra le città di Giuda; poiché da te uscirà il condottiero che reggerà Israele mio popolo.


Storico

ut profiteretur cum Maria.
a dare il nome insieme con Maria


Storico

Factum est autem cum essent ibi, impleti sunt dies ut pareret
E avvenne che, mentre qui si trovavano, giunse per lei il tempo di partorire


Storico e Coro delle Genti

O Emmanuel, o Adonai, veni ad salvandum nos, o Sapientia, o Adonai!
O Emmanuel, o Adonai, vieni a salvarci, o Sapienza, o Adonai!


Storico

et peperint filium suum primogenitum: et pannis eum involvit et reclinavit eum in praesepio.
e partorì il figlio suo primogenito : e lo rifasciò e lo pose a giacere in una mangiatoia.


Coro


Christum natum, Regem nostrum, venite, adoremus!
Venite ad adorare Cristo nato, nostro Re!


Interludio orchestrale: la notte tenebrosa

Storico


Et pastores erant in regione eadem vigilantes et custodientes vigilias noctis supra gregem suum.
Ed eranvi nella stessa regione dei pastori che vegliavano e facevan di notte la ronda attorno al lor gregge.


Et ecce Angelus Domini stetit iuxta illos et claritas Dei circumfulsit illos et timuerunt timore magno  et dixit illis : 
Quand’ecco sopraggiunse vicino ad essi l’Angelo, e uno splendore divino li abbarbagliò e furono presi da gran timore. E disse loro:

Angelo


Nolite timere. Ecce enim evangelizo vobis gaudium magnum, quia natus est vobis Salvator et hoc vobis signum: invenietis infantem pannis involutum et positum in praesepio.
Non temete, imperocché eccomi a recare a voi la nuova di una grande allegrezza, perchè è nato oggi a voi un Salvatore ; ed eccovene il segnale : troverete un bambino avvolto in fasce, giacente in una mangiatoia.


Coro di Angeli

Gloria in altissimis Deo, et in terra pax hominibus bonae voluntatis.
Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buon volere.


Storico

Et factum est ut discesserunt ab eis Angeli in caelum, pastores loquebantur ad invicem:
E dopo che gli Angeli si furono ritirati da loro verso il cielo, i pastori presero a dire tra di loro:


Coro

Transeamus usque Bethlehem et videamus hoc verbum quod factum est, quod Dominus ostendit nobis.
Andiamo sino a Betlemme a vedere  quello che ivi è accaduto, come il Signore ci ha manifestato.

Storico

Et venerunt festinantes et invenerunt Mariam et Ioseph et infantem positum in praesepio.
E andarono con prestezza, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino giacente in una mangiatoia.


Inno dell’adorazione. Coro e solo


Jesu, Redemptor omnium,
Quem lucis ante originem,
Parem paternae gloriae,
Pater supremus edidit.
 
O Redentor de’ popoli,
Te il Padre, a Sé non ìmpari
(e pria che ogni principio
fosse di luce ), ha génito!


Tu lumen et splendor Patris,
Tu spes perennis omnium:
Intende quas fundunt preces
Tui per orbem servuli.

Raggio di Dio, degli uomini
speranza inestinguibile,
la prece odi, che gli umili
sparsi nel mondo, innalzano!...


Hunc astra, tellus, aequora,
Hunc omne quod caelo subest,
Salutis auctorem novae,
Novo salutat cantico.

la terra, il ciel, l’oceano,
Te, per cui si ridestano
di nuova vita al palpito,
con nuovo inno salutano…


Jesu, tibi sit gloria,
Qui natus es de Virgine,
Cum Patre et almo Spiritu,
In sempiterna saecula.


Ognun Gesù glorifichi,
il nato della Vergine,
col Padre e l’almo Spirito
nei sempiterni secoli.



Inno di ringraziamento. Coro


Te Deum laudámus: te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem omnis terra venerátur.
Tibi omnes ángeli,
tibi cæli et univérsæ potestátes:
incessábili voce proclamant:
 
Te lodiamo. Che sei nostro Dio, te confessiamo per nostro Signore.
Te, eterno Padre, adora tutta la terra,
a te gli Angeli tutti, i cieli e tutte le potestà vanno incessantemente cantando:


Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth.
Te gloriósus Apostolórum chorus,
te mártyrum candidátus laudat exércitus.
Patrem imménsæ maiestátis;
venerándum tuum verum et únicum Fílium;
Sanctum quoque Paráclitum Spíritum.
 
Santo, Santo, Santo è il Signore Iddio degli eserciti.
Il coro glorioso degli apostoli,
La schiera die martiri in candida stola,
Te loda, o Padre d’immensa maestà;
E l’adorabile tuo vero ed unico Figlio;
E il Santo Spirito consolatore!


Tu rex glóriæ, Christe.
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem, 
non horruísti Virginis úterum.
Tu ad déxteram Dei sedes, in glória Patris.
Per síngulos dies benedícimus te.

Tu, o Cristo, sei Re della gloria!...
Tu, facendoti uomo per salvare l’umanità,
non sdegnasti il grembo della Vergine…
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre.
E ciascun giorno ti benediciamo.



Coro ultimo

Iucundare filia Sion, et exulta satis filia Ierusalem, quia venit Dominus tuus et regnabit usque in aeternum.
Allègrati, o figlia di Sion, ed esulta, o figlia di Gerusalemme, poichè venne il Signore e regnerà in eterno.


(testo trascritto da: Il Natale del Redentore 
oratorio per canto e orchestra di don Lorenzo Perosi,
Milano, Stab. Pontif. d’arti grafiche sacre A. Bertarelli & C., 1901)



Giotto, La Natività, Assisi, Basilica di San Francesco
Giotto, La Natività, Assisi, Basilica di S. Francesco